La Strage di Melissa
I contadini di Melissa sono dentro il movimento
di lotta per l’occupazione delle terre incolte fin dalle prime agitazioni del
1944-45, biennio in cui venne ricostruito il PSI, è fondato il PCI e fa la sua
breva apparizione il Partito d’Azione. Non manca l’organizzazione sindacale
il cui confine dai partiti popolari è labile come labili sono pure le
differenze tra Partito socialista e partito comunista. La vita pubblica è
minacciata da manifestazioni e scioperi per obiettivi minimi (costruzione di
strade, fornitura dell’acqua, rimozione del collocatore comunale a degli
impiegati corrotti): su tutto meglio precisato è il tema della rivendicazione
delle terre demaniali e incolte. <<Nel 1946- scrive M. stella Mercurio
Amoruso- solo il 18% della terra era tenuto da una caterva di minuscoli
proprietari (più di 500) che disponevano fino a 5 ha; il 6% formava una
cinquantina di aziende da 5 a 10 ha.; e il 10%, una trentina di aziende da 10 a
15 ha., e il 14% meno di quindici aziende da 50 a 100 ha. Ma poi il 525 della
terra era in mano di soli4 proprietari con aziende di più di 100 ha., fra cui
primeggiava il feudo del baroneBerlingieri, con 1.725 ha.>>. Sono soltanto
circa 40 i produttori diretti, titolari di una proprietà, che non è nemica, ma
compagna della libertà. I braccianti realizzano 80-100 giornate l’anno.
L’alimentazione della popolazione di Melissa è composta di una minestra di
fave, pane, fagioli. Carne solo nelle feste di Natale e Pasqua. Vestiti sono
solo le divise militari, anzi il vestiario militare usato. Solo gli adulti
portano scarpe. Ma non tutti. I bambini sono scalzi e denutriti, i loro abiti
sono pieni di rattoppi e di rammendi. Più infelici ancora le donne che portano
lo stesso vestito in tutte e quattro le stagioni dell’anno e camminano a piedi
nudi. Le case sono catoi senza luce, senza servizi igienici sempre, di un solo
vano sovente, che è camera da letto, stanza da pranzo, cucina, stalla per gli
animali con i quali stanno in promiscua sporcizia. Manca l’acqua mancano i
riscaldamenti, si cucina a legna, niente luce elettrica, e il mobilio è
riassunto da un letto con materassi di crino, da un tavolo, da un paio di sedie,
da una cassapanca in cui si stipano le lenzuola, tovaglie e vettovaglie. Contro
questo ordine iniquo chiamano alla lotta la sezione del PCI, la sezione del PSI,
la Federterra di cui è segretario Santo lonetti.
Il dirigente effettivo di tutto il movimento è però, Carrubba, contadino
analfabeta, senza letture e senza istruzione, che sa parlare direttamente al
cuore dei contadini ed è tanta parte della lotta eroica contro i grandi
proprietari latifondisti e i loro servili fittuari.
A Melissa una prima occupazione di terre era stata effettuata nel 1946 sotto la
guida della Associazione dei Combattenti e si sviluppo sul feudo
<<Culonuda>> in agro di Torre Melissa: la povertà della popolazione
contadina non ne fu sostanzialmente alleggerita. Si guardò perciò, a Fragalà
distante da Melissa 11 chilometri e da 14 anni incolta: il 29 ottobre, in una
situazione in movimento in tutta la Calabria, si marciò su quel feudo perché i
contadini non accettavano più di vendere le carni delle figlie, di esporle al
barbarico matrimonio per procura, di deformare il loro figli nella ingrata
fatica e nell’usura della campagna, di seppellire le donne nelle rughe e nella
vecchiaia, di baciare la mano al padrone che li sfruttava, di portare a Natale e
a Pasqua ai fratelli Polito, fittuari del feudo, regalie e primizie dei campi.
Con questo sentimento della vita, i contadini, armati solo degli attrezzi della
loro fatica, non ancora trasformata in lavoro,
andarono verso Fragalà: come a una festa della terra, che, chiusa in convento e
sepolta nella fissazione vegetativa del feudo, può tornare presto, sotto le
vanghe dei contadini, grandi e neri, a produrre, a dare grano, farina e pane al
tugurio del popolo. Quella mattina, il 29 ottobre del 1949, il paese si spopolò;
restarono i più vecchi. Gli altri andarono tutti a Fragalà: uomini, donne
,bambini con zappe e bidenti, a piedi e a dorso d’asino.
Naturalmente i giovani portano il più: aratri, mazze, palanchine
e le bandiere. Sono tre e tutte tricolori(…). Infine i ragazzi hanno intorno
ai cani che abbaiano volentieri, messi in allegria dal movimento di tanta gente.
I cani sono le uniche bestie stimate degne di accompagnare la spedizione. Alcuni
gatti che volevano partecipare all’anabasi contadina sono stati respinti a
sassate verso il paese. Resteranno loro a guardare le casuccie vuote.
Si parte senza neppure chiudere l’uscio. Non c’è da rubare a Melissa. Se
anch’egli n’è privo, gli dà un pugno di castagne. E se neppure castagne
secche può offrirgli, lo farà sedere accanto al fuoco spento, dove, insieme,
malediranno la fame comune e la
Malasorte.
Sull’occupazione di Fragalà, sui modi della lotta, sulle parole d’ordine da
lanciare, sui comportamenti da tenere alla presenza della polizia si è discusso
e dibattuto a lungo le sere precedenti il 29 ottobre del 1949 nella sede della
FEDERTERRA: si raccomanda a tutti di accogliere la polizia al grido:
<<Viva la polizia dell’Italia repubblicana>> e ancora:
<<Vogliamo pane e lavoro>>.
Nella stessa mattina del 29 ottobre Enrico Musacchio, segretario della locale
sezione del PCI, Giuseppe Squillace, sindaco socialista del comune, Santo
Lonetti, segretari delle Federterre, vengono convocati in caserma e trattenuti
per lunghissime ore dal commissario di P.S. dr. Rossi.
Nicodemo Mungo conferma personalmente questa circostanza: furono chiamati in
caserma il sindaco, Giuseppe Squillace, il segretario del PCI. Il commissario di
P.S., dr Rossi disse di invitare i contadini a ritirarsi da Fragalà e che tutta
loro sarebbe stata la responsabilità di quanto poteva avvenire, permanendo
l’occupazione. Giuseppe Squillace, capo L’Amministrazione comunale di
Melissa, rispose che per il momento bisognava lasciare stare i contadini sul
feudo occupato e che un intervento in senso opposto avrebbe provocato certamente
grandi relazioni tra le masse contadine: a sera, quando i contadini sarebbero
ritornati da Fragalà, il discorso avrebbe potuto essere ripreso con
tranquillità. Verso le ore 14 l’animata conversazione venne interrotta dalla
notizia terribile, portata fino alla caserma dei carabinieri da Vincenzo
Pandullo: i <<celerini>> hanno sparato, sono caduti dei contadini,
non si sa quanti, ed egli stesso ha la gola squarciata da una ferita. La notizia
si propaga drammaticamente nel paese: tutti hanno qualcuno lassù, a Fragalà: o
il marito o il figlio o il fratello o il cognato, o il nipote o la nuova. Si
piange e c’è disperazione. Non è possibile sapere di più sulla strage, che
si preannuncia grande, che è stata preordinata dalla paura della rivoluzione
comunista, dall’odio dei grandi proprietari, dallo Stato Armato contro le
popolazioni contadine del Mezzogiorno e della Calabria: nei giorniprecedenti il
29 ottobre <<dal Ministero degli Interni arrivano ordini precisi:
bisognava stroncare il movimento in modo particolare dove questo si dimostra
più attivo>>.
Già dal 28 ottobre i celerini, al comando del tenente Luciani, assumono
atteggiamenti provocatori nei confronti della popolazione: insultano,
beffeggiano, e soprattutto le donne non vengono lasciate in pace. Si mette
sottosopra la sede della Federterra. Si perquisiscono le sezioni dei partiti
popolari. Si rende impossibile la vita, e alle prime ombre della sera, tutti
restano chiusi in casa. Dal canto loro, baroni e servi dei baroni
aizzano i <<celerini>>, dipingono a tinte fosche il carattere della
gente del luogo, reclamano di essere salvati dai <<rossi>>. La
mattina del 29 ottobre dalle cantine di Cirò e dai palazzi del marchese
Berlingieri, i <<celerini>>, rossi di odio e di vino, salgono a
Fragalà, dopo avere lasciato gli automezzi alla periferia di Melissa.
<<Ci avvertirono dell’arrivo della polizia – testimonia Vincenzo
Pandullo – dopo neanche mezz’ora che aveva lasciato il paese. Dopo una breve
consultazione, decidemmo di continuare il lavoro: a nessuno di noi venne in
mente di preparare una qualsiasi linea di difese perchè eravamo sicuri che i
poliziotti non ci avrebbero attaccati. Se volevano opporci con la forza, avremmo
potuto farlo benissimo: i celerini, per arrivare a Fragalà, dovevano
costeggiare, come hanno fatto, un torrente attraversando delle gole strettissime
fiancheggiate da rocce a picco, da quelle rocce avremmo potuto fare una
resistenza anche con il lancio di sole pietre>>.
<<Quando vedremmo, da lontano, i primi poliziotti, i nostri uomini ci
dessero di raccoglierci in gruppo per battere le mani all’indirizzo dei
poliziotti gridano: <<Viva la polizia del popolo>>., <<Pane e
lavoro>>. Gli uomini hanno continuato a zappare, dice Lucia Cannata,
contadina, che fu ferita gravemente nello scontro. I poliziotti – continua la
donna - si schierano a semicerchio, udii una voce dire: <<Abbandonate le
armi e lasciate le armi e lasciate la terra>>. Nessuno di noi si mosse. In
quel momento il cuore sembrava uscirci dalla gola, capivamo che sarebbe accaduta
una disgrazia>>.
Le donne, gli uomini, i ragazzi all’intimazione di lasciare la terra
rispondono insieme: <<Evviva la polizia! Vogliamo pane e lavoro>>.
La risposta è il lancio fitto di bombe lacrimogene, poi i braccianti vengono
caricati. Si scappa. I poliziotti sparano: in undici minuti furono sparati oltre
trecento colpi di mitra. Francesco Nigro cade per primo; ha appena 29 anni. Cade
Giovanni Zito; ha 15 anni; è ferita mortalmente Angelina Mauro con la quale si
apre il capitolo dell’emancipazione della donna nel Sud: morirà alcuni giorni
dopo all’ospedale di Crotone. Sono seriamente feriti Lucia Cannata, Domenico
Bevilacqua, Luciano Iocca, Carmine Masino, Antonio Cannata, Giuseppe Ferrari,
Silvio
Rosati, Vincenzo Pandullo, Francesco Drago, Francesco Bossa, Carmine Tarlesi,
Michele Drago, Carmine Sarleti: tutti alle spalle. La polizia, in effetti, punta
freddamente e spara, con premeditata ferocia, sui contadini che scappano, si
accanisce anche su cose e animali. Si mira anche ai muli e agli asini, si
sfasciano i barili, vengono raggiunti e colpiti dai manganelli i contadini che
non hanno fatto a tempo a mettersi fuori da tutta l’azione criminale. I morti
giungono in paese a dorso di mulo; la polizia non osa riattraversare il paese e
raggiungere Cirò Marina per altra strada. I feriti sono portati all’ospedale
di Crotone: i riferiti constatano che tutti sono stati colpiti alle spalle. Non
un solo poliziotto è stato ricoverato in ospedale: non ci sono feriti tra le
forze dell’ordine. Per accreditare la tesi della rivolta e dell’aggressione
contadina si tenta di corrompere medici e
raccogliere testimonianze compiacenti. L’episodio più saliente è quello che
riguarda il medico condotto di Cirò:
Su ciò, riferendo alla Direzione nazionale del PSI, l’on. Luigi Cacciatore
dice:
Partii da Roma, la sera del 31 ottobre e appena giunto a Crotone la mattina
seguente, chiesi notizie dei morti e dei feriti ed ebbi modo così di constatare
che nell’ospedale di Crotone nessun agente di polizia era stato ricoverato.
Cercai d’ottenere informazioni più precise sugli agenti feriti e il risultato
fu che qualcheduno di essi, urtando fra i roveti delle terre occupate, aveva
riportato delle graffiature alle gambe ed un altro era stato lievemente ferito
alla testa. Quest’ultimo agente s’era presentato al medico di Cirò, un
vecchio professionista ultrasettantenne, il quale, dopo avergli prodigatato le
cure del caso, gli aveva rilasciato il referto per ferita lacero – contusa da
colpo contundente. Ma, il giorno seguente, un maresciallo s’era recato dal
medico e gli aveva mostrato il berretto del celerino macchiato sangue, con due
fori e lo aveva invitato a cambiare il referto poichè, secondo il maresciallo,
quel berretto provava che l’agente era stato ferito da arma da fuoco. Il
vecchio dottore aveva fatto osservare al maresciallo che i suoi cinquanta anni
di servizio professionale lo ponevano bene in grado di distinguere fra una
ferita provocata da colpo contundente e una ferita provocata da arma da fuoco.
Il maresciallo non insistette.
Alcune ore dopo tornò dal medico in compagnia di un tenente della Celere il
quale fece considerare al professionista come vivere tranquillo fosse poco
conveniente porsi contro la tesi della polizia. Il medico ebbe paura; stracciò
il primo referto e ne compilò un altro secondo i desideri dell’ufficiale.
Egli però, che per mezzo secolo aveva compiuto scrupolosamente ed onestamente
la sua missione di medico, non rimase tranquillo. Passò la notte insonne e
l’indomani si confidò con un suo collega rilasciandone per iscritto una
dichiarazione con la quale egli mise a posto la sua coscienza. Tale
dichiarazione è oggi, assieme a regolare denuncia nelle mani del procuratore
generale della Repubblica della corte d’appello di Catanzaro(...).
Non c’è dubbio alcuno che i colpi da arma da fuoco vennero da una parte sola,
da parte della polizia . L’interrogativo, che ci si pone a distanza di anni,
è altro. Chi fu a sparare per primo? A dare il segnale della strage?
Le testimonianze raccolte in campo individuano alle radici dello scatenamento
dell’ondata criminosa il maresciallo della Caserma dei carabinieri di Cirò
Marina, certo Brezzi che covava motivi di grande rancore nei confronti della
popolazione di Melissa.
Enrico Musacchio, segretario del PCI nel 1949, dice: “Cinque mesi prima
dell’eccidio, la popolazione si reca al comune per protestare contro la
rimozione del collocatore comunale. In quello occasione il maresciallo Brezzi,
irritatissimo, disse di fronte a centinaia di persone: “Qui sembra la
repubblica di Caulonia, ma io vi farò assaggiare la notte di San Bartolomeo”.
La circostanza è confermata anche da altri contadini da noi intervistati.
Più esplicitamente afferma Carmine Sirleti, che partecipò all’occupazione di
Fragalà e fu ferito, come già dicemmo: “Subito dopo i fatti io andava
dicendo dappertutto che a sparare per primo fu il maresciallo Brezzi e che
potevo testimoniarlo dovunque. Il Partito non mi ha incoraggiato ad andare
avanti in quella denuncia. Mi capitarono anche dei guai.
Fui convocato un giorno, non ricordo quale, nella casa di una guardia municipale
di torre Melissa e lì, in presenza, del vicesindaco di Melissa, fui invitato
del maresciallo Brezzi a ritirare tutto quello che avevo detto su suo conto. Io,
invece, insistetti e mi fece fare alcuni giorni di carcere”.
Su questa vicenda una testimonianza indiretta viene dalla dichiarazione che ci
rende su Francesco Nigro il padre, ottantenne, che conosce la scienza della
vita: Il 29 ottobre del 1949 io mi trovavo in paese, a Fragalà non ero andato;
erano andati i miei figli, Francesco e Giuseppe insieme ai loro compagni. Quella
terra non era stata coltivata da moltissimi anni e non c’era da mangiare, e
eran andati a prenderne per fare
un po’ di grano a giugno. Non volle il destino. Arrivarono da Cirò i
carabinieri e il maresciallo, che faceva il fanatico e ci chiamava straccioni e
delinquenti. Era il maresciallo Brezzi , quello che ordinò il fuoco. Mi fu
portata la notizia che avevano ammazzato mio figlio. Io ero a casa e me lo
portarono su un asino. Il governo a marito del morto mi regalò una tomolata di
terra.
Angelina Mauro non faceva politica, era povera come tutte le altre donne . A
Fragalà era vicino a mio marito, fu colpita a un rene, ma non morì subito.
Scese da Fragalà su un mulo; io che avevo saputo la grande disgrazia che era
caduta sulla nostra casa, ero andata verso il feudo e, quando la vidi , sentii
diceva rivolta a mia suocera: “Mammazì, l’avimu patuta” (Madrezia,
l’abbiamo avuto il nostro dolore): Morì all’ospedale di Crotone dopo
un paio di giorni, a 24 anni. Sua madre, povera donna, morì dopo un anno di
crepacuore per questo suo giglio di figlia; suo padre è morto tre anni fa, ed
era ormai quasi cieco.
Nessuno più la piange o porta fiori al cimitero. I suoi fratelli sono tutti
fuori Melissa. Giovanni Zito, il giovinetto di 15 anni, la testimonianza è più
indiretta. Dopo il fatto luttuoso la madre scivolò nella pazzia, e anche il
padre non vuole più rievocare. Quel giorno, il 29 ottobre, era salito pure lui
a Fragalà; era sempre in mezzo al movimento il giovanissimo Giovanni Zito la
cui famiglia, se possibile, era più povera delle altre famiglie, e era
sistemata in una topaia: così povera che Giovanni Zito non possedeva neppure
una fotografia, che nella cultura contadina o è quella che si fa quando si è
militari o quella che si fa quando si è militari o quella che si scatta, come
un lusso, il giorno del matrimonio. La lapide, nel sommesso monumento di Melissa
al cimitero, lo segnala col suo solo nome insieme a Francesco Nigro e ad
Angelina Mauro, fotografati.
La notizia dell’eccidio si diffonde presto per tutta l’Italia, la CGIL
proclama lo sciopero generale che riesce pienamente. L’Avanti! e L’Unità
danno per primi la notizia della strage e fanno i nomi dei responsabili. Anche
la stampa internazionale registra l’avvenimento. Le Monde scrive:
Ce n’est pas le seul point noir de l’horizont. Il faut tenir comte aussi de
l’agitazion sociale, qui semble depuis quelque temps en recredescence sur l’autre
versant des alpes.
Si elle ebeit surtout a des revendications de salires, elle n’en est pas moins
explotée par l’extreme gauche à des fins exclusivementes politiques. A cet
egarde on ne peut
emprecher de remarquer que la greve décutée per la C.G.T. italienne soidirant
pour proteste contre des incidents sanglants qui viennent de se produire en
Calabre, eclate juste au moment où se produit la crise ministerielle et qu’il
peut-etre pas là une simple coincidence.
Il 3 novembre riporta:
La C.G.T. a decté aujoud’hui une grève generale de dix heures, de 14 a
minuit, en sign de protestation, contre le rencontre qui a mis aux prises hier
in Calabre des ouvries agricoles qui avaient occupé des terres et les forces de
police qui tentaient de les
deleger. Il y a en deux morts et treize blessés dont quatre seraient dans un
état grave.
D’auprés l’ayence Ansa les ouvries agricoles repondirent aux sommations de
la police par des jets de granade e des coups de feu, et les policiens ne firent
que riporter. La version
du journal romain procommuniste Le Paese è diferente et c’est elle qu’a
faite sienne la C.G.I.L.
La protesta degli intellettuali progressisti si fa sentire alta: grandi pittori,
come Ernesto Treccani, si recano a Melissa per studiare da vicino le condizioni
di quel popolo e per fissarne nelle tele l’aspirazione a un mondo migliore.
Alla Camera e al Senato forte e sdegnata è la denuncia che fanno i parlamentari
di sinistra sui fatti di Melissa. Pietro Mancini, che insieme a Gennaro Miceli,
Francesco Spezzano, Silvio Messinetti, Mario Alicata (nel 1952 sindaco di quel
comune) è stato presente a Melissa subito dopo l’eccidio, conclude così il
suo discorso che il repubblicano Conti definì “musicale”:
A nome (…) di tutto il Senato della Repubblica italiana, voli a quei tumuli
lacrimati l’omaggio devoto e imperituro. Il sangue non è stato versato
invano, se esso varrà a seppellire la vecchia storia ed a fogiarne una nuova.
La rinascita della Calabria sarà il loro degno monumento. Soltanto allora
potremo e sapremo onorarli.
Non si può dire che quell’augurio si sia realizzato. I contadini di Melissa
non ebbero giustizia: il caso venne ben presto archiviato, il processo mai venne
celebrato, il giovane procuratore, che aveva raccolto i primi indizi, si dimise
dall’incarico dopo alcuni giorni.
Nel Mezzogiorno e in Calabria, secondo l’intuizione, qui presa nel suo
significato d’indicazione, di Rosa Luxembourg, i contadini tendono a
scomparire.