ENGLISH TRANSLATION

La Riforma agraria

La riforma agraria è quella riforma che investe l’insieme delle strutture agrarie e incide perciò non solo sulla distribuzione delle terre, ma anche sui tipi aziendali, sui contratti agrari, sul lavoro agricolo e così via.

In Italia non si è mai avuta una vera e propria riforma agraria, bensì fondiaria.

Grazie soprattutto alla presenza della sinistra nel governo "democratico di guerra" del 1944, seguito alla svolta di Salerno - i primi elementi di una riforma agraria vengono posti all'ordine del giorno coi Decreti del Ministro comunista all'agricoltura, Fausto Gullo. Lo sottolinea Paolo Cinanni nel suo volume "Lotte per la terra …1943-53" (1977, Milano, pag. 28) quando scrive che quei decreti costituirono "dei formidabili cavalli di battaglia ed i più efficaci strumenti di aggregazione ed iniziativa". E ne danno conferma M. Alcaro e A. Paparazzo in "Lotte contadine in Calabria 1943-1950" (1976, Cosenza, pag. 30) quando affermano: "è solo con il 1944, soprattutto dopo la costituzione del primo governo di coalizione Badoglio con la partecipazione dei comunisti, che il movimento contadino esce dai vecchi moduli di agitazione e protesta spontanea ed individuale e si da contenuti e forme organizzative nuove. Si determina cioè un legame diretto fra l'azione dei comunisti al governo e la nascita dei primi nuclei di organizzazione contadina, grazie alle lucide scelte di Fausto Gullo". Da qui inizia il cammino nuovo che porterà al movimento della "Costituente della Terra" (1947) ed alla piattaforma per una riforma agraria che si richiamava agli articoli 44-45-46 della Costituzione e che aveva come colonne portanti la riforma fondiaria (limitazione della proprietà terriera, occupazione e distribuzione delle terre) e la riforma dei contratti agrari (affitto e mezzadria compresi) senza, ciò, trascurare i problemi del rapporto contrattuale salariati-agrari e dell'assistenza economica, sociale e tecnica da parte dello Stato alla piccola media proprietà ed alla cooperazione, comprese alcune garanzie di "parità" nell'ambito di uno Stato "sociale".

Nel 1950, di fronte alle pressanti richieste dei braccianti e dei lavoratori della terra, stanchi di vivere di stenti e in povertà, il governo De Gasperi vara la riforma che si basò sulla distribuzione della terra, indirizzandosi contro il latifondismo, cioè quelle grandi estensioni appartenenti ad un unico proprietario, e caratterizzate da colture estensive o addirittura da terre in abbandono.

La prima riforma fondiaria ha interessato solo i territori dell’altopiano silano e i territori ionici.

Con la legge 31 dicembre 1947, n. 1629 era stata istituita « l'Opera per la valorizzazione della Sila » con lo scopo di redigere un piano complessivo di trasformazione agraria, di eseguire opere pubbliche di bonifica e di interesse comune e di assistere tecnicamente e finanziariamente i proprietari dei fondi agricoli.
Con la legge 12 maggio 1950, n. 230 « Provvedimenti per la valorizzazione dell'Altopiano della Sila e dei territori jonici contermini », venne affidato all'Opera della Sila anche « il compito di provvedere alla redistribuzione della proprietà terriera e alla sua conseguente trasformazione con lo scopo di ricavarne i terreni da concedersi in proprietà ai contadini » (art. 1).

Contenuti e risultati della riforma.

La pressione della casta agraria spinse infatti la Dc ad adottare per la prima volta quella che sarebbe stata una delle sue pratiche più persistenti e censurabili:
l’approvazione di misure <<temporanee>> e la promessa di una <<reale>> riforma che sarebbe seguita e che invece non vide mai la luce. Nel maggio 1950, comunque, i primi provvedimenti per la Calabria (la cosiddetta Legge Sila) furono approvati dal Parlamento.

La legge per la Sila veniva applicata solo ai terreni con una estensione superiore a 300 ettari, e dichiarava possibili di confisca tutti i terreni di quella proprietà su cui non fossero stati compiuti lavori di miglioria. L’espropriazione di oltre 700 mila ettari di terreno fu divisa tra circa 120 mila famiglie contadine. Si determinarono così, due tipi di proprietà: ”podere” per coloro che non avevano posseduto mai alcuna terra, e la “quota”, un’aggiunta alle piccole proprietà dei contadini più poveri.
Per quest’ultima i contadini dovevano pagare un affitto per 30 anni, dopo di che sarebbe divenuta loro. Ma le leggi di riforma mostrarono subito delle incongruenze.
Spesso, infatti, bastava aver costruito il più rudimentale capannone perché la terra venisse classificata “trasformata”. Avveniva ciò perché ogni proprietario, onde evitare l’esproprio, cercava di usare a proprio vantaggio quell’ambiguo termine di terra “senza migliorie”.
In conclusione, per i contadini, la riforma fu un’amarissima delusione. La terra espropriata non fu sufficiente a soddisfare i bisogni dei contadini, senza notare che una parte notevole di essa era già in loro possesso come risultato dei decreti Gullo.
La riforma si interessò solo della distribuzione della terra , senza trattare la riforma dei patti agrari, di un piano nazionale di bonifica, di migliori salari e migliori condizioni di lavoro per i braccianti. Ciò determinò la fuga dalle campagne e una conseguente emigrazione.
La riforma spezzò soprattutto quei tentativi di aggregazione e cooperazione che, pur con tutti i limiti, erano stati i motivi ispiratori delle agitazioni contadine del 1944-50. Le occupazioni di terre che mobilitavano interi paesi rurali videro rapidamente la fine, ad eccezione di alcune aree della Sicilia. Le cooperative che, dopo i decreti Gullo, si erano moltiplicate, cessarono di esistere. Il movimento contadino si divise in modo irreparabile. 120 mila famiglie contadine dipesero da allora in poi dagli enti di riforma; non poche furono le defezioni dalle file comuniste. I valori di solidarietà, di sacrificio, di egualitarismo, i tentativi di sconfiggere familismo e sfiducia portati avanti dal movimento in mezzo a tante difficoltà e contraddizioni, vennero definitivamente emarginati. Nella successiva storia del Meridione non si incontrerà più un analogo tentativo di costruire un ethos politico così alternativo. Quella del 1950 fu una sconfitta di dimensioni storiche, che determinò i valori della vita meridionale contemporanea.