ALCUNE IPOTESI STORICHE SU ROGLIANO ED IL SAVUTO
di Alfredo M. Barbagallo

articolo ripreso dal sito internet www.eurisace.it
 

Scopo di queste osservazioni è:

1)      L’ipotesi di una diversa e particolare origine dell’etimologia e toponomastica del comune di Rogliano ( Cs ), nell’ambito di importanti vicende storiche concernenti l’area al periodo;

2)      Nell’ambito del senso profondo di tale ipotesi, la ricostruzione di particolarità di successivi, importanti accadimenti di epoca federiciana, riguardanti l’area ed i suoi protagonisti dell’epoca;

3)      l’ipotesi finale, quindi, riguardante e concernente un ipotizzato ruolo, nella leggenda e nella storia, dell’area del Savuto e del fiume stesso in ambito medioevale.

Nell’ambito dell’assoluto ed ovvio rispetto, da parte di chi scrive, delle acquisite toponomastiche dei luoghi, d’altronde sempre suscettibili di discussione, nella particolare oscurità della materia, particolari coincidenze non possono che colpire e fare riflettere.

A)  Si vuole qui lanciare l’ipotesi che il termine “ Rogliano “ possa avere origine dalla figura storica di ROLLANT, che sarebbe nientemeno che il Paladino Orlando, “ maggiordomo “ e capitale condottiero militare nell’esercito di Carlo Magno, negli anni immediatamente precedenti all’incoronazione imperiale di quest’ultimo, nell’800 d. C.

Il termine ROLLANT, o RUOLLANT,  è quello di denominazione costante dell’eroe storico e letterario nella celebre “ Chanson de Roland “ , genericamente attribuita ad un non meglio precisato “ Turoldus “. La pronuncia esatta del nome del Paladino nella stesura originaria sfugge alle mie conoscenze, ma non appare azzardato supporre che, quantomeno in corruzione da lingua tardo – latina locale, se non in originale, un dittongo liquido - gl  ottenga la stupefacente pronuncia di Rojan o Roglian.

 

B) L’ipotesi complessiva può apparire del tutto fantastica e slegata dalla realtà. Ma lo appare certo meno ove si rifletta su ciò, nell’ambito di accadimenti storici reali ed accertati, oltrechè dei noti riferimenti storiografici che le chanson de gestes contengono in sé.

 - E’ storicamente accertata la presenza di dirigenti militari di stirpe franca nell’area dell’alto cosentino negli anni appena successivi alla morte del paladino Orlando a Roncisvalle ( 778 ).

 

-          Su queste basi, va inserita l’osservazione storica su tali accadimenti che  hanno, quindi, visto una diretta influenza Franca sull’area. Si tratta della nota spedizione navale da Bisanzio dello sfortunato Adelghis ( l’Adelchi manzoniano ), all’incirca in data 788, e concludentesi con la disfatta dello stesso ad opera delle forze congiunte del Longobardo di Benevento Grimoaldo e di modesti, ma evidentemente scelti, contingenti franchi, guidati da Guinigiso, inviati in sostegno dall’alleato Carlo. Adelghis, come noto della più pura nobiltà longobarda, e per anni esule a Bisanzio, comunque interessata ad infastidire Carlo senza troppo esporsi, era evidentemente un disperato alla ricerca di un suo ruolo dopo la batosta di Verona, e come tale si mosse.

-         Lo scontro avvenne storicamente, come noto, su una costiera del nord tirrenico calabrese, (cfr. Gregorovius, ecc. ), terminando con la disfatta dell’esule ( traggo l’esatta sensazione trattarsi della costiera tirrenica da ACOCELLA, Salerno medioevale, Univ. Salerno 1971; in esso, tra l’altro, dal cronista Erchemperto la preziosa informazione della partenza delle truppe di Grimoaldo dalla costiera di Salerno anziché da Benevento ). Ma ciò che più conta ai nostri fini è che l’accertata presenza franca nell’area avvenne come detto  dopo la morte eroica di Orlando a Roncisvalle, in un momento quindi di forte motivazione ideale delle truppe franche sulla figura del Paladino.

-         E’ fortemente ipotizzabile che le necessità di acqua dolce, oltre che ragioni di comodità di sbarco, scarico, approvvigionamento, ecc., abbiano visto l’attracco delle navi di Adelghis in un punto di prossimità di un corso di fiume. Supponendo quindi l’area terminale del Savuto come interessante possibilità di localizzazione dei fatti, nulla avrebbe impedito al contingente franco di sostare nell’area, e nell’ambito di esplorazioni e movimenti su terra ed acqua, attuare la denominazione dell’attuale Rogliano dall’appena ucciso e già famoso condottiero.

-         Ma quale poteva essere – e vorrei qui anticipare una complessa obiezione – il motivo della permanenza del gruppetto di Franchi nell’area? Si entra qui in un concetto di libertà personale fortemente medioevale, ed in particolare diffusa tra le popolazioni tardo – germaniche; quella della creazione da parte di singoli guerrieri di proprie aree di influenza – veri e propri piccoli feudi – a partire dalla presenza in luoghi non fortemente difesi. La maggior parte di questi tentativi, di cui sono piene le cronache medioevali, abortivano poi rapidamente, o non avevano neanche origine, per disorganizzazione, noia, malattie o liti, lasciando a vuoto il tentativo, che determinava però toponimi e mitologie successivi.

-         Si aggiunga a ciò un importante fattore: la conoscenza, che non poteva certo mancare presso i Franchi, della grande leggenda del tesoro di Alarico, da qualche parte sepolto in un fiume alto – calabrese. E’ probabile – domando su ciò autorevole conferma a storici di vaglia – che già in epoca remota la ricerca materiale – spirituale legata a tale vicenda attirasse nell’area i più pittoreschi personaggi da ogni dove, nell’ambito dell’approssimativa conoscenza che dovevano avere dei luoghi. La cosa non deve certo stupire ( si pensi alla leggenda dell’oro dei Burgundi nel Reno, contenuta nella più o meno contemporanea alla Chanson “ Nibelungenlied “) ; la fiducia dell’uomo medioevale in queste leggende era infinita, e si trattava di fiducia tra l’altro spesso motivata, stante la reale pratica dell’occultamento beni negli anfratti della natura. Nulla potrebbe stupirci, affatto, nel valutare una ricerca di questo genere lungo il Savuto da parte di un drappello di esploratori Franchi, magari con lo stesso Carlo a conoscenza della cosa.

-         Fin qui la realtà storica e l’ipotesi. Restano però a proposito importanti basi letterarie, notoriamente basate su riletture simboliche  di lontani avvenimenti reali poeticizzati. Nei noti versi 369 - 370 della Chanson, avviene letterariamente il contatto tra il dotto Saraceno Blancandrino, inviato di Re Marsilio, e Gano di Magonza, patrigno di Orlando, e futuro traditore del proprio esercito. In tali versi,  il Saraceno riconosce le conquiste di Carlo, tramite Orlando, attribuendogli, tra l’altro, la conquista di “ …Tutta la Calabria… “,

            ( “…Merveilus hom…ki cunquist…TRESTUTE CALABRE…” ) 

-         Il “…TUTTA la Calabria…”, oltre che rispondere a ragioni eufoniche di stesura metrica del verso, corrisponde evidentemente alla nota distinzione che, in epoca altomedievale, non poteva che essere compiuta tra la Calabria meridionale, fortemente bizantina con notevoli influenze saracene, e la selvaggia area silana, in gran parte spopolata, e direttamente confinante con il poderoso insediamento di origine longobarda del Beneventano;

-         L’interpretazione che ci permettiamo di avanzare è quella, se non della possibile permanenza nell’area della persona stessa di Orlando, nei certi contatti preliminari che l’entourage franco di Carlo ebbe con i Longobardi  di Grimoaldo, quanto meno quella relativamente sicura della presenza di reparti legati al paladino (reparti specializzati dell’esercito di Carlo) nella spedizione contro Adelghis .

-         Altro importante particolare che citiamo a sostegno dell’ipotesi in esame è l’esistenza di una stupefacente Chanson de Geste “ minore “ dell’epopea franca, composta in posteriore epoca alto – normanna: il “ Rolando in Aspromonte “ ( Chanson d’Aspremont “). Anche da ciò, potremmo trarre dimostrazione di una rimembranza della presenza dell’immagine del Paladino in terra calabrese. Si desidera, a questo proposito, citare un approfondito studio meritoriamente compiuto sull’argomento dal Circolo Culturale “ L’AGORA’ “ di Reggio Calabria, reso pubblico in data  9 .5. 2000, ad opera della Ch.ma Prof.ssa Carmelina SICARI. Tralascio per necessaria brevità le complesse argomentazioni che da tale citazione deriverebbero, limitandomi alla conferma delle impressioni già ricevute, e rimandando al citato dal Circolo stesso, studio sull’argomento di Domenico ROTUNDO in “ Calabria sconosciuta “, 1979 n. 5.  Va però aggiunta un’ interessante questione particolare.Si consideri la presenza, nella citata Chanson, di un “ tesoro “ occultato, stavolta ad opera addirittura di Annibale, nell’antica città di Reggio ( “ Risa “ ). Ciò da il via ad un’altra coincidenza?

-         L’esistenza di un celebre “ ponte di Annibale “ sulla via Popilia, tra Rogliano e Scigliano, lascia sotto questo punto di vista certamente sorpresi, riguardo l’argomento.Rimane anche qui evidente come possano avviarsi due ipotesi: o la citazione del presunto Tesoro di Annibale rimane sovrapposizione fantastica della vicenda di Alarico, o siamo anche qui in presenza di leggende distinte, bene in grado di attrarre cercatori lontani e stranieri, come Longobardi, Franchi, e più tardi, Normanni.In questo caso, il ruolo della via Popilia, o di ciò che ne restava, diviene cruciale, nell’ambientazione di vicende e leggende.

-         Proseguendo nella nostra congettura storica, si valuti ora la presenza storica di ROGLIANO di Corsica ( Roglianu ), piccolo e grazioso borgo marittimo situato esattamente all’estremità di Capo Corso, nell’estremo nord dell’isola. Il paese, di origine antichissima, ha come il suo omonimo di Calabria una sua nobile storia fatta di origini antichissime. Ben note le leggende relative all’eremita San Colombano, che ivi avrebbe compiuto le sue gesta miracolose.

-         Anche in questo caso, mi permetto di segnalare alcune circostanze. Come ben noto, il punto debole della grande forza Franca era costituito, soprattutto originariamente, dalla carenza o assenza di una vera e propria marineria; in un’epoca, tra l’altro, dove Bizantini e Saraceni, in questo campo, la facevano da dominatori. Si noti che appena nel 774 Carlo Magno conferma a Papa Adriano la donazione della Corsica effettuata dal padre suo Pipino; non appare quindi eccessivo potere supporre Capo Corso, penisola allora semideserta e comodamente distesa non lontano dalle coste del sud tolosano, come punto intermedio per una navigazione episodica verso l’Italia centro meridionale, dalle terre del Papa in giù, circostanza che avrebbe eliminato un lungo e pericoloso viaggio per mare, oltre che in alternativa mille o più chilometri via terra. Tale concetto viene, in epoca moderna, ripreso addirittura da Dumas nel “ Montecristo “, quando fa partire da Rogliano corso verso la Francia l’imbarcazione di figure di appoggio al Conte.

-         Supponendo quindi Capo Corso come punto intermedio di navigazione breve verso l’Italia del Sud, nulla potrebbe ostacolare la nascita comune delle toponomastiche roglianesi, e la comune dedica dei luoghi, nella stessa spedizione o meno, al grande Paladino di Francia all’epoca appena scomparso eroicamente. Potrebbe essere molto interessante su ciò un confronto di opinioni anche tra studiosi delle rispettive comunità.  

 

Lanciata quindi, con tali pezze d’appoggio che lascio al cortese lettore valutare, l’ipotesi temeraria, ritengo resti da approfondire senso e dinamica di tale scelta, evidentemente legata a particolarità del territorio circostante Rogliano, e soprattutto il Savuto.

Sotto questo punto di vista, ammetto di essere rimasto colpito da ciò che ritengo, più che un quesito, un grande mistero storico, verificatosi successivamente nell’area, ed in grado di aprire un dibattito sul complesso intero delle questioni qui ragionate. E’ da importanti fatti successivi che mi pare di arguire ulteriori elementi su particolarità dell’area del Savuto, in grado di motivare ulteriormente la ipotizzata scelta franca sul territorio, nel tardo IX secolo.

 

                                                               

                                                    

FATTI STRAORDINARI

 Con un salto temporale, ma non logico, di oltre quattro secoli, mi permetto di spostare l’attenzione in piena epoca federiciana, oltre il nascere del XIII secolo.

Come ogni altro territorio europeo, anche l’area sub cosentina era certamente mutata, rispetto al cupo spopolamento di età carolingia; antropizzazione, razionalità in agricoltura ed allevamento, incastellamento e crescita demografica la rendono certo più conoscibile, ed aumentano quindi fonti di relativa conoscenza.

Le dinamiche politiche vedevano, in epoca post normanna, la gigantesca figura di Federico dominare il Sud, l’Italia, il mondo allora conosciuto.

Ma, nella straordinaria complessità della sua vita e vicenda, un cupo dramma attendeva l’Imperatore nella nostra area; un dramma che recentissime analisi disvelano con maggiore conoscenza.

 

Nel recentissimo 1998, un equipe di paleoetnologi di due distinte Università, coordinate dai Ch.mi Prof. FORNACIARI e DE LEO, analizzavano, tratti dal Duomo di Cosenza, i supposti resti di Enrico lo Sciancato, figlio infelice di Federico II.

Veniva accertato che il principe, come noto ribelle al padre e forse morto suicida, ( 1242 ) soffriva, oltre che della malformazione agli arti che ne originava il soprannome, di una forma avanzata e deformante del tremendo male di quei secoli, la lebbra.

Sulle circostanze della sua morte accidentale, da quanto mi risulta, constavano da secoli due leggende – ricostruzioni storiche poco dissimili; ribelle, malato, catturato dagli uomini del padre comunque pietoso, Enrico moriva  per una caduta volontaria, forse in un crepaccio, forse nel fiume stesso, nella vallata del basso Savuto. Risollevato dalla scorta, sarebbe morto poco dopo.

 

Se alla luce dell’analisi necroscopica possiamo subito scartare, ovviamente, la caduta dello sventurato principe su area solida ( non vi è sfondamento cranico, né fratture rilevanti, né danni alla spina dorsale, né altre compressioni importanti ) resta la più acconcia ipotesi di una caduta nel fiume. E’ l’ipotesi saggiamente sostenuta dal Dr. Giovanni CIMINO, della Sezione di Italia Nostra di Cosenza, in un suo pregiato studio sull’argomento ( Bollettino Naz. I. N. n. 354, dicembre – gennaio 1999 ).

Il Dr. Cimino – che peraltro non giura sull’identità dei resti – avanza l’ipotesi di una caduta accidentale da cavallo del soggetto nel fiume, tra Altilia e Scigliano.

Vi è inoltre un interessante studio, indirettamente citato nel web del Comune di Cosenza, a firma dello storico Prof. BURGARELLA ( Pres. Dip. Storia UNICAL ), sulla rivista MAGNA GRECIA, in cui si sostiene il citato incidente nell’ambito del generoso tentativo paterno di inoltrare, più o meno coattamente, il principe sulla via delle terme di Nicastro, in un disperato tentativo curativo.

Ciò – e molto altro vi sarebbe da dire – sulla sfortunata sorte di un uomo potente, ombroso e ribelle.

Ma a complicare la vicenda risulta un’ analoga caduta mortale nello stesso tratto del fiume Savuto – che a questo punto acquista la pericolosità di un Missouri – esattamente pochi anni dopo, analoga caduta regale e mortale, con analogo collocamento delle spoglie nel Duomo di Cosenza, di fronte ad Enrico.

 

Nel 1271 – ossia neanche trent’anni dopo la vicenda del Principe di Svevia – la Regina Isabella d’Aragona, moglie di Filippo l’Ardito, incinta in stato avanzato, cade da cavallo nel fiume nel tratto stiglianese, nell’ambito di una complessiva, difficoltosa ritirata dall’area delle Crociate.

Anch’essa ripescata, muore a Cosenza dopo avere dato alla luce un figlio, e viene sepolta, con un certo sfarzo, nel duomo di Cosenza.

Sono possibili DUE incidenti mortali analoghi, di identico svolgimento, con protagonisti regali supercontrollati ed assistiti, a breve distanza temporale l’uno dall’altro, lungo l’identico breve tratto di un piccolo fiume?

Ritengo la ragione possa ribellarsi a ciò.

Si aggiunga a ciò la particolarità degli infortunati ( il primo gravemente malato, la seconda in gravidanza certamente minacciata dagli strapazzi di una ritirata interminabile ).

Ed è pensabile un tuffo in un fiume da parte di un uomo, presumibilmente in ceppi, che certamente doveva essere attentamente vigilato?

Ed ancora, chi può pensare che una regina incinta e stremata governi da sola un cavallo – già causa di aborto certo – e non giaccia con maggiori certezze su di un solido carro, assistita da donne e comunque da aiuto? E come credere che una spedizione di ritorno dai rischi di una Crociata perda la propria Regina di fronte ad un ostacolo naturale come il Savuto?

 

La tentazione – forte, fortissima – è di considerare volontaria l’immissione fatale in acqua del Principe e della Regina; e ciò di fronte a delle proprietà evidentemente ritenute miracolose da parte del Savuto in quel tratto, e che – ahimè – evidentemente nulla potevano di fronte alle problematiche fisiche delle persone in questione.

E’ una fortissima tentazione, lo ammetto; ma partendo dalla base di una credenza poi nei secoli evidentemente perduta questa immensa e strana particolarità storica si spiegherebbe.

Così come acquisterebbe senso più compiuto l’ipotizzata sosta- quattro secoli prima – del gruppo dei Franchi, già sul terreno, e la denominazione qui accennata e proposta; anzi ne costituirebbe senso profondo.

La leggenda del Busento era evidentemente troppo potente perché intorno ad essa non se ne realizzassero altre; ed il fatto che alcune di esse non sopravvivano nel ricordo non impedisce, dalla ricostruzione storica umanamente possibile per quelle epoche, tentativi interpretativi come quello qui modestamente sostenuto.

 

P.S.

Vi è un’ultima, pietosa nota, che sembrerebbe appoggiare la nostra tesi.

Intorno al 1215, quindi ben prima dell’incidente occorso al figlio di Federico, in Germania il grande Hartmann von Aue componeva il suo immortale Der arme Heinrich, ( “ Il povero Enrico “ ), grande componimento poetico altotedesco.

La vicenda ruotava intorno ad un nobile cavaliere germanico di nome Enrico, di alti valori ed idealità, che, affetto da lebbra, riusciva più o meno miracolosamente, e dopo alterne vicende, a guarire nella zona di Salerno ( allora celebre scuola di medicina ).

Il poema – ripeto – è di una ventina d’anni anteriore alla caduta di Enrico lo Sciancato. E mai sapremo con certezza quanto la sua divulgazione – certo notevole nella raffinata corte federiciana – abbia influenzato il principe lebbroso nel suo tragico, ultimo volo.

 

Alfredo M. Barbagallo