La Sila nella Letteratura
Negli scrittori dell'antichità
Cicerone: "Bruto"
La più antica citazione della Sila (138 a. C.)Ricordo d’avere sentito raccontare a Smirne da P. Rutilio Rufo che quand’era ancor giovinetto accadde che, per decreto del Senato, i consoli P. Scipione e D. Bruto, mi pare, dovettero procedere per un atroce misfatto. Nei boschi della Sila erano stati assassinati uomini assai noti; e indiziati erano alcuni servi e alcuni uomini liberi di quella società che dai censori P. Cornelio e L. Mummio avevano avuto l’appalto dell’estrazione della pece. Il Senato aveva deciso che dell’istruttoria e del giudizio fossero incaricati i consoli. Lelio difese i pubblicani con gran cura e bene, secondo il suo solito. E siccome i consoli, dopo la discussione, sentenziarono che si dovessero continuare le indagini, pochi giorni dopo Lelio di nuovo parlò e con più diligenza e meglio: e anche di nuovo i consoli decisero che il procedimento si rinnovasse. Allora Lelio, mentre gl’imputati lo accompagnavano a casa e lo ringraziavano e gli raccomandavano non si perdesse d’animo, disse che quel che aveva fatto l’aveva con ogni studio e sollecitudine fatto pel loro onore, ma gli pareva che quella causa poteva esser meglio difesa da Servio Galba, che aveva più impeto ed efficacia. Indotti dal consiglio di Lelio, i pubblicani portarono la causa a Galba, il quale, dovendo succedere a un tal uomo, l’assunse con peritosa esitazione. Ci fu una proroga di tre giorni, e tutto il secondo Galba spese nello studiare la causa e comporre la difesa. Il giorno della discussione, Rutilio, pregato dai soci, andò di buon mattino alla casa di Galba per avvertirlo e accompagnarlo quando fosse il momento; e aspettando che i consoli scendessero, Galba licenziati tutti fuorché gli scrivani, a ognun dei quali era solito dettar contemporaneamente cose diverse, si ritirò in un padiglione a pigliar note. E quando gli fu detto ch’era ora, uscì nell’atrio col volto e gli sguardi così accesi che avresti detto avesse già non preparata ma trattata la difesa. Rutilio aggiungeva, — e gli pareva cosa importante — che anche gli scrivani erano usciti con Galba malconci; e voleva dire che quegli non solo nel difendere, ma anche nello studiare era impetuoso e caldissimo. In somma tra la grande aspettazione, in presenza di molti, fra cui lo stesso Lelio, Galba parlò con tanta energia e tanto calore, che non ci fu quasi parte del suo discorso che non riscuotesse approvazioni. E con lamenti e commovendo, tra il consenso di tutti, mandò in quel giorno assolti gl’imputati.
Dionigi di Alicarnasso: "Antichità di Roma", XX, 15-16
Navi e case con il legno della Sila
Dopo la loro resa ai Romani, i Bruzi furono costretti a cedere ai Romani una metà della loro regione montana che è detta Selva, piena di legno atto a edificazioni di case e navi e qualsivoglia uso a cui il legno si presta. In questa zona infatti vediamo in quantità rilevante l’abete che si alza dritto verso il cielo, il peccio (ora sparito), il pioppo nero e il frassino e il pino e il ramoso faggio le cui linfe sono largamente rinfrescate dai ruscelli scorrenti fra i boschi: in una parola ogni genere di alberi i cui rami intrecciati formano folte compagini e ombreggiano il monte a ogni ora del giorno. Gli alberi posti meno lungi dal mare o dai fiumi sono tagliati a fior di terra e col fusto integro mandati giù ai più vicini scali marini: la quantità che se ne aduna basta ai popoli della penisola italica per la costruzione di navi e case. Il legno degli alberi provenienti da paesi lontani dal mare e dai fiumi invece è tagliato a pezzi, e si usa per la fabbricazione di remi, lance, armi diverse e vasi domestici; esso vien portato giù dal monte a spalla d’uomo. La maggior parte di quegli alberi poi trasuda una resina molto pingue, e fra quelle note ai mercati la più odorosa e gradevole, chiamata pece bruzia, da cui i romani traggono annualmente notevoli rendite.
Strabone: "Geografia", VI, 1, 9
I Bretti abitano l’entroterra di questo territorio. Vi si trovano la città di Mamertium e quella foresta che chiamano Sila che produce la pece migliore che si conosca, detta pece brettia. E ricca di piante e di acque e si estende per 700 stadi
Virgilio: "Georgiche", III, vv. 219-223
Pascola nella grande Sila una bella giovenca: essi (i tori) suscitano tra di loro battaglie con molto impeto e con ferite frequenti; il nero sangue bagna i loro corpi, e le corna rivolte agli avversari contrastanti sono spinte con profondo gemito; e le selve e il vasto cielo risuonano.
Virgilio: "Eneide", XII, vv. 715-722
Come quando nella vasta Sila o sul Taburno due tori a fronte bassa cozzano in furiose battaglie (impauriti i pastori si tirano in disparte e muta è tutta la mandria per la paura e le giovenche stanno incerte chi dei due sarà il re dei pascoli e chi dovranno seguire gli armenti); duelli s’infliggono l’un l’altro con violenza molte ferite e con tutta la forza cozzano con le corna e bagnano di abbondante sangue il collo e il dorso e tutto il bosco ne rimugghia.
Tito Livio: "Dalla fondazione di Roma"
In quel punto, una radura cinta da una fitta selva, di alti alberi di abete, offre al centro floridi pascoli, dove ogni specie di bestiame si nutre senza alcun pastore.*
Plinio: "Storia naturale", III, 74
E poi la foresta Sila dell’Appennino.
In Italia le pece bruzia moltissimo si apprezza nella fabbricazione di vasi per il vino.
(*) I testi di Livio e i documenti sulle concessioni all’Abbate Gioacchino sono stati tradotti dal prof. Aldo Coppa.
Scribonio Largo: "Compositiones medicae"
Della pece bruzia] Questo condensato è piuttosto asciutto e specialmente puro, denso, dal profumo aspro: riscalda, ammorbidisce, fa uscire il pus, dissolve e cicatrizza le piaghe.
Della pece bruzia] La quale per Plinio è assai densa e molto resinosa. Per Pietro Ruello nella nomenclatura della Veterinaria, (la pece bruzia) è un fluido benefico più denso che defluisce dal legno avvolto dal fuoco e questa (pece) versata poi in caldaie di bronzo si condensa e si coagula.
Federico II, (25 marzo 1200)
La Sila molto difficile e pericolosa per la grandissima quantità di neve.
LA SILA NEI VIAGGIATORI TRA ‘700-‘800
Giuseppe Zurlo: "Dello Stato della Regia Sila" (1790)
Descrizione geografica della Regia Sila.
Sotto nome generico di Regia Sila s’intende ordinariamente un vasto comprensorio di terra tra le due Calabrie, la maggior parte in Calabria Citra, e la minore in Calabria Ultra. Per una singolarità sorprendente l’elevate montagne, che vi si distinguono, sono una certa divisione fabbricata dalla natura tra le due opposte stagioni dell’inverno e dell’estate, non conoscendosi in tal luogo né la primavera, né l’autunno. La stagione de’ bei giorni vi ha cortissima durata, perché comincia dopo il mese di giugno, ed a guisa della terra situata sotto i Tropici quella delle nevi succede dopo la metà di settembre. Da quella parte dell’anno in poi le nubi tirate dal sole dal grembo de’ due mari Jonio verso Levante, e Tirreno verso Ponente, e spinte con violenza da venti contro le montagne medesime, si aprono e si sciolgono in piogge accompagnate da frequenti tempeste, in guisa, che dopo le prime acque si veggono subito per la rigidezza del clima ricoperte di neve. Quindi formansi i torrenti, che precipitando da’ colli ingrossano i fiumi ed inondano le vaste campagne. Tutto allora si ricuopre di tenebre umide, profonde e dense. Il giorno istesso vi rimane oscurato da’ più neri vapori: ma questa così nuvolosa stagione è simile all’Abisso, che copriva i giorni del Mondo avanti la creazione della luce: allora appunto quella specie di grano, che si distingue col nome di germano, ha l’alimento analogo, onde perviene alla sua perfezione.
Gli alberi di pini, degli abeti, de’ faggi, e dei zappini per una proprietà singolare della Regia Sila, quasi per un dritto esclusivo a lei accordato dalla natura germogliano nel suo continente. E questi ritenendo una quantità di umori accensibili di resina, di terebinto, e di pece, vengono continuamente incendiati dalle fiamme divoratrici del fuoco, che ne’ tempi canicolari o il caso o la malizia altrui vi attacca, essendosi costantemente sperimentato, che le azioni lunghe e violenti del fuoco, per cui le piante s’incendiano sopra la terra per se stessa di natura sterile, e quelle altresì delle ceneri di tali piante, le quali ritengono una immensa quantità di sali, influiscono ad una fecondità prodigiosa, ed il terreno diventa fertile in modo, che produce ubertosissima la raccolta de’ semi che gli si affidano, senza l’aiuto dell’agricoltura.
Al grano succede l’erba, la quale unita coll’altra, che nasce ne’ luoghi saldi, produce la ricchezza de’ pastori, che vi conducono i loro armenti allorché l’estate sostiene il suo carattere in questa regione, che senza nube alcuna, come un superbo anfiteatro vien riscaldata dalli raggi dell’astro del giorno, il quale fra la massa enorme delle sue montagne, e l’immensità del suo orizzonte signoreggia ne’ solitarj orrori, e vi si mostra con tutta la sua magnifica pompa.
Estensione, confinazione e proprietà della Regia Sila.
Questo ben ampio e vasto continente è composto di moltissimi luoghi montuosi, i quali sono divisi da un gran numero di pianure, valli, fiumi e torrenti. La sua maggior lunghezza è di miglia trentatré, la maggior larghezza è di miglia ventitré, ed il circuito dal fiume Arente sino alla Serra di Bibolo è di miglia sessantasette e mezzo, e dalla Serra di Bibolo sino al fiume Arente per li casali di Cosenza altre miglia venti, che sono di detto circuito miglia ottantasette e mezzo. L’essere dell’espressata lunghezza, larghezza e circuito, e la sua limitazione tortuosa negli estremi dimostra non esser la sua posizione né in figura piana rettilina, né circolare, né ellittica, ma la lunghezza diversa dalla larghezza fa credere, che si accosti all’ellittica. Adottando questa ipotesi, bisogna considerare, che detta lunghezza e larghezza non sono prese per linea retta, ma solamente salendo e scendendo, e che la sua situazione non è un piano, ma sono piani, monti e valli; in guisa, che con tali dati non può aversi una misura esatta. Ma nell’ipotesi, che la Regia Sila fosse un piano, ed ellittico sopra i dati descritti della sua lunghezza, larghezza e circuito calcolando sarà la sua estensione di miglia quadrate seicento e tre, e trentunomila centottantanove centesimi, millesimi di miglio quadrato, che sono presso a poco miglia quadrate seicento e tre e quattro decimi di miglio quadrato.
La Regia Corte per la proprietà, che rappresenta su l’aIberatura di tutto il Regno, vi rappresenta il jus Picis, e la prestazione per diritto d’incisione di carlini dieci a cantajo della Pece bianca, e canini cinque a cantajo della Pece nera: ma in modo più particolare ha questo diritto sopra tutti i pini della Regia Sila.
Ne’ secoli passati si concedeva a tutti la licenza di fabbricar la pece con pagare i soliti diritti d’incisione, ed altro: ma da più tempo addietro si è introdotto l’uso di darsi in appalto dalla Regia Corte la fabbrica delle peci colla proibizione ad altri di poterle fare, e l’appaltatore si serve non solamente de’ pini, che sono nella Regia Sila, ma ancora di quelli, che sono nelle montagne confinanti alla medesima e delle altre, che sono dentro il Territorio Badiale di S. Gioivanni in Fiore.
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Diritti sul rimanente dell’alberatura e Camere riserbate.
Si è detto nel § 1 e § 9 dell’articolo X, quanto conveniva intorno all’alberatura, ed alle Camere riserbate. Ed in questo luogo si nota soltanto la rubrica de’ dritti, che ha la Regia Corte tanto su l’alberatura di tutto il Regno, quanto nella Regia Sila, perché si sappia, che essa Regia Corte, siccome è nel legittimo possesso della medesima, così ne può disporre in quel modo che le sembra migliore. A tal’effetto ha destinati molti luoghi pel taglio de’ legnami ad uso di costruzione di Navigli, che diconsi Camere chiuse, e riserbate colla facoltà ancora di poter tagliare da per tutto gli alberi della Regia Sila, che bisognassero al Regio Arsenale.
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Rendite che ritrae la Regia Corte dalla Regia Sila.
Le rendite particolari della Regia Sila nascono dai diritti appunto, che la Regia Corte vi esercita; e di queste come si è detto nel § 1, del precedente Articolo XI, alcune sono certe e stabili, alcune altre sono incerte ed indefinite. Il primo Corpo, che si conta fra le rendite certe provenienti dalla Regia Sila a favore della Regia Corte nasce dalla Bagliva e Granetteria, con cui vanno unite n016 partite di Censi in annui ducati 48.40; e dal Jus proibitivo delle nevi e neviere, come si è detto nel precedente Articolo XI. Ne’ tempi passati questa rendita non era di molta considerazione; ma nello stato presente dall’Affittatore della Bagliva della Regia Sila se ne pagano annui ducati 6604.
Il secondo Corpo delle rendite della Regia Sila nasce dal jus Picis, dal quale se ne ritraggono somme non indifferenti. Essendosi dal Giudice Zurlo fatta fare la coacervazione della pece fabbricata per 20 anni è risultato il quantitativo delle peci bianche a cantaja 20529 e rotola 75. — E benché il diritto dell’incisione si valutasse a ragione di carlini dieci il cantajo, pure essendo mancato l’appalto nel 1776 e 1788, il prodotto della pece bianca si unì con quello della pece nera, e l’introito per la Regia Corte è asceso in detti anni venti alla somma di ducati 16523.80, che ricade ad annui ducati 826.19: Ed il quantitativo delle peci nere per detti 20 anni è asceso a cantaja 75979.25, il diritto della quale benché si valutasse a grana 50 il cantajo per l’incisione, pure essendo mancato l’appalto, come si detto di sopra nel 1776 e 1778, al prodotto della pece nera si unì quello della pece bianca, e si fece introito a beneficio della Regia Corte di ducati 43940.60 che ricadono ad annui ducati 2197.03 e questi uniti alli suddetti ducati 826.19 diritti delle peci bianche, ricadono ad annui duc. 3023.22 dalla quale annua rendita della pece dedotti annui ducati 585, che come si è detto nel § 15 del precedente Articolo XI si corrispondono all’Abate Commendatario di S. Giovanni in Fiore, restano franchi a beneficio della Regia Corte delle rendite per dritto d’incisione della pece annui ducati 2438.22.
La rendita della pece però oltre al diritto d’incisione produce a beneficio della Regia Corte il pagamento pel ramo delle Regie Dogane alla ragione di carlini sei a cantajo per la pece nera, e di carlini Otto a cantajo per la pece bianca. E quando poi la detta pece si vuol portare in Napoli si esige dall’Arrendamento de’ Ferri carlini quattro a cantajo per la pece nera, e carlini sei per la pece bianca; e dalla Dogana di Napoli grana 23 1/2 a cantajo di pece nera, e grana 89 a cantajo di pece bianca. E sebbene questi lucri non siano un corpo di rendita della Regia Sila, ma sono imposizioni, che si debbono alle Reali Finanze, pur tuttavia è da notarsi, che i prodotti della Regia Sila apportano questi vantaggi. Attualmente la rendita rispetto alle peci non si percepisce, perché per ordine Sovrano se ne è sospesa la fabbrica.
Gli alberi della Regia Sila, de’ quali la Regia Corte si serve al destino degli usi marittimi e del Regio Arsenale, o per gli altri usi avendo da per sè stessi un certo prezzo, che la medesima Regia Corte non paga, costituiscono a suo favore un altro Corpo di rendita eguale all’importo del prezzo, il quale non si può definire nella sua quantità, perché nasce dal numero degli alberi istessi, che si prendono per gli usi enunciati, e dalla loro corrispondente valuta.
Alle descritte rendite si aggiungano alcune altre incerte, che variano, secondo le occasioni ed i bisogni, o secondo i capricci degli uomini per l’inoservanza de’ Reali Stabilimenti. Nascono esse dalle Serre ad acqua, che la Regia Corte suol costruire, ed affittare per la costruzione delle tavole: altre dalle pene de’ controventori per danni, che si commettono, sequestri e transazioni per detti danni: ed altre dalle controvenzioni, che si commettono nella Regia Sila da’ particolari possessori delle Difese. Questo Corpo di rendita neppure si può fissare, perché non ha certezza fisica, dipendendo in tutto e per tutto dagli eventi, e dalle circostanze de’ tempi.
Ed oltre a tutti questi corpi di rendita prima si percepiva dall’affitto della Mastrodattia della Regia Sila un estaglio il quale nell’ultimo tempo. che si tenne per conto della Regia Corte montò fino alla somma di annui ducati 510, ma nello stato presente questo affitto dalla Sovrana clemenza del Re si ritrovava abolito.
Regi Demanii, ossiano Comuni.
La Regia Sila, come si è detto nell’Articolo XI di questo primo Volume, è composta di più corpi, e giova qui ripetere, che uno di detti corpi è distinto sotto il nome di Regi Demanii, o siano Comuni. Essi sono di due sorti, cioè Comuni propriamente detti, ne’ quali tutta la pienezza del dominio è della Regia Corte, tanto per pascolo quanto per la semina; e Corsi, o Terre Corse, nelle quali il jus arandi è de’ particolari, e l’erbaggio è della Regia Corte. Chiunque paga i diritti della Fida al Baglivo della Regia Sila può pascere i suoi animali ne’ Regi Comuni: e rispetto alla Semina può farla qualunque Cittadino pagando al Regio Baglivo un torno/o di quel genere che semina per ogni tomolata di terra che occupa.
Ordine, privilegi e dotazioni della Reale Badia di S. Giovanni in Fiore.
Nell’anno 1195 l’Imperatore Errico VI, il quale dopo la morte di Guglielmo Il era venuto nel Regno di Napoli a difendere i dritti di Costanza sua moglie, per indi espellere Tancredi da quel Trono, che ingiustamente possedea, condiscendendo alle preghiere dell’Abate Gioacchino, fu il primo Principe, che fondò la Badia di San Giovanni in Fiore, e magnificamente la dotò di beni, che allora si appartenevano al Fisco, e specialmente di vastissimi tenimenti di poderi nella Regia Si/a di Cosenza, che stavano in demanio de’ Re di Napoli.
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Nel mese di ottobre dell’anno 1220 fu dato fuori dal prefato Imperatore Federico II un altro Privilegio scritto in Castro presso S. Pietro nel territorio Bolognese, il contenuto del quale è come siegue: "essendo stato il Monastero di Fiore decentemente fondato da ‘ Nostri Augusti Genitori nella Sila della Calabria, e dotato di estensione di poderi, di dritti, e di libertà, e di perpetuità di usi, ed essendo col divino ajuto per mezzo di atti pii prodotto accrescimento, odore di Sacra Religione, ed abbondanza di germogli a salute dei suoi fondatori: Noi, che per divina cooperazione succedemmo alla gloria paterna, imitiamo una tanta paterna opera di pietà sensatamente proposta, e l’amore insieme di divozione, e quindi la pianta propagata da detti illustri Augusti, col terzo titolo di nostra grazia, come un Fomento molto necessario di utilità, l’abbracciamo; acciocché difficilmnente rompendosi una triplicata fune, la solidità della nostra conferma agglutinata colla loro autorità giammai in nessun tempo si sciolga".
Similmente il medesimo imperatore Federico II con un altro privilegio scritto in Messina nel mese di giugno dell’istesso anno 1221 confermò le antecedenti concessioni fatte al Monastero Florense, ed oltre a ciò in favore della Religione del medesimo per salute, e gloria de’ fondatori, e coll’onore della sua grazia, imitando l’opera, ed il proposito paterno, gli fece la concessione de’ dritti di asilo, acciocché chiunque si fosse rifugiato nel recinto, e clausura del Monastero Florense, e di lui Chiesa, fosse stato sicuro dalle violente catture, e temeraria invasione. Inoltre gli concesse la Curia, o sia foro, ed il castigo di tutti gli eccessi, che si fossero commessi dentro i confini della Sila, e sua possessione, eccetto il delitto di omicidio, mutilazione di membra, di sangue, e quelli che riguardano il delitto di lesa maestà, salvo il di lui mandato ed ordine.
Sotto il governo de’ Re Angioini, i quali regnarono dopo Federico II, furono confermate le antiche concessioni fatte al detto Monastero, ed altre ve ne furono aggiunte anche delle loro, nelle quali dichiararono similmente di essere a tanto devenuti per essere stato il Monastero edificato, e dotato da’ loro maggiori.
Nell’Editto del Re Roberto, che porta la data dei 24 dicembre 1333, si stabilirono i confini della Regia Sila per prevenire le occupazioni di quell’amplissimo territorio. In quella occasione il Re dichiarò, che il Monastero di Fiore ha dentro i predetti confini un certo territorio datogli dal fu Errico VI Imperatore, designati i confini nel suo privilegio.
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Finalmente esiste il diploma del Re Alfonso di Aragona dell’anno 1445 con cui narrando la fondazione del Monastero di S. Giovanni in Fiore fabbricato dai Principi suoi antecessori, e moltissimi privilegi a lui concessi, presentati ne’ loro originali esemplari, pienamente li confermò.
Estensione, confini, e termini della Reale Badia di San Giovanni in Fiore.
Da quanto si è letto negli antichi privilegi, e dalle altre carte posteriormente compilate intorno alla Reale Badia di S. Giovanni in Fiore, si è avuta una certa scienza, che l’estensione della medesima è di quaranta miglia di circuito, nel di cui contenuto si restringono pascoli, difese, poderi atti alla coltura, terre comuni, vigne, fiumi, acque, pantani, boschi di pini, ed altro, che si descriverà nelle seguenti divisioni. Ed essendo stata fondata, e confermata in tal maniera era necessario, che fosse circoscritta co’ suoi particolari termini e confini, tanto perché gli interessati della medesima non fossero turbati dall’esercizio delle loro giurisdizioni, quanto perché gl’interessi della Regia Corte nel territorio Silano fossero esenti da qualunque incomodo per parte della già fondata Badia.
Si stabilirono dunque i confini, i quali si trovano rapportati in un voluminoso processo compilato dal Presidente Valero nell’anno 1688 intorno alle intraprese dell’Abate Commendatario di quel tempo, il quale pretendeva di far la pece, ed estrarre i legni dalla Real Badia senza pagare il dazio alla Regia Corte, fortificando il di lui assunto sulla concessione, in cui si dichiarava immune; ma per parte del Fisco si sostenne, che con questo vocabolo non si doveva intendere una particolare esenzione.
Nel citato processo esiste una relazione fatta dall’Ingegnere Antonio Galluccio, nella quale si trascrivono le parole della concessione del territorio Badiale; e poi viene alla numerazione de’ termini apposti dal medesimo.
E siccome i prefati termini col decorso del tempo han patito varie alterazioni, qualche volta in profitto de’ particolari possessori delle difese confinanti, qualche volta a vantaggio degli affittatori della Real Badia suddetta; e sempre in danno degl’interessi della Regia Corte nel territorio della Regia Si/a; così si è stimato di rapportarsi in questo luogo non solo il contenuto della concessione trascritta nella relazione dell’ingegnere Galluccio, ed i termini da lui riconosciuti; ma ancora tutto cio, che intorno a ciascun de’ medesimi termini si è letto dalle carte antiche, e quanto in essi riconobbe il Tavolario D. Orazio Salerno, come si legge da una sua relazione, che porta la data del mese di agosto 1788.
Soggiunge l’ingegnere Galluccio in detta sua relazione, che i confini espressati nella concessione erano stati da lui riconosciuti nell’anno 1663, e che non vi sarebbe stato bisogno di apporvi termini, perché i confini designati nella concessione erano naturali ed inalterabili; ma essendo poi stato destinato nell’anno 1696 esso ingegnere per apporvi i termini, dice di averli situati in numero di 14, i quali circoscrivono tutta l’ampiezza del territorio della Reale Badia di S. Giovanni in Fiore come segue:
I) Termine della Reale Badia
Nel Vado del Fiume Neto accosto alla strada pubblica.
II) Termine della Reale Badia
Alla Pietra di Carlo Manco, che sta anche accosto alla via pubblica, ed è termine naturale inalterabile.
III) Termine della Reale Badia
Questo è posto appunto nel luogo detto Serratico.
IV) Termine della Reale Badia
Nella Crocevia vicino al Fiume Atiro, seguitando fino al passo di Savuto.
V) Termine della Reale Badia
Dal passo di Savuto fino alla Fontanella di Labrò.
VI) Termine della Reale Badia
Dalla fontanella di Labrò addirittura all’AIveo del fiume Ambolino.
VII), VIII), IX), X) Termini della Reale Badia
Dal passo di Savuto sino al fiume Neto il territorio Badiale è racchiuso dalli due fiumi Savuto ed Ambolino, e va pel fine di Santa Maria Trium Puerorum, e pel Monastero dell’abate Marco sino alla strada, che viene da Cerenzia, e per questo tratto di terra sono compresi detti quattro termini enunciati nella concessione.
I descritti dieci termini, soggiunge il suddetto Ingegnere Galluccio, furono appunto quelli che erano stati situati nell’anno 1663, ma nell’anno 1696 alcuni di essi erano diruti affatto, ed alcuni altri mezzo caduti a terra.
XI) Termine della Reale Badia
Si stimò dal suddetto Ingegnere Galluccio aggiungere questo termine e situarlo dalla strada di Cerenzia fino al luogo detto Porzio.
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La Regia Sila, che nello stato della sua infanzia fu prima abitata dagli Ausoinii, chiamati di poi Opici, ed Osci, i quali vivevano separatamente colle loro famiglie selvagge nelle grotte degli alti sui monti; la Regia Sila, che avea veduto quei popoli selvaggi erranti alcuna volta oppressi, ed alcune volte oppressori degli altri barbari, che turbavano la loro pace; la Regia Sila, da cui furono i Siculi scacciati dagli Opici, e nella comune persecuzione aveva ricuperato ne’ suoi luoghi più alpestri i Bruzii, i quali erano popoli forse anteriori agli Ausonii ed agli Enotrii, che vi restarono sconosciuti fin da quando furono obbligati a dilatare il loro dominio nella parte meridionale della penisola fino a Reggio; la Regia Sila appunto da quel tempo non conobbe nel suo continente altra popolazione tino al secolo XII, allora quando fu fatta la concessione del Territorio Badiate al celebre Abate Gioacchino. Egli fu il primo che da sé stesso, e cogli esempii, che esso dava di una vita perfetta, e che sotto specie di perfezione col desiderio di cose grandi, e nuove inquietava gli animi altrui, fece cangiare aspetto a questo orizzonte, e trasse prima di ogni altro a sé nel recinto del territorio Badiate pochi solitarii suoi compagni, rivestendoli della divisa monacale.
Giuseppe Maria Galanti: "Giornale di viaggio in Calabria" (1792)
Questi parla dei monti Silani (più in particolare del monte Negro) e della consistenza del terreno (molto sterile tranne nelle vallate) della flora, dei minerali come il talco e l’argento, dei fiumi e del modo di ricavare l’olio di fumo dalla pece degli alberi usata per la pittura.
Astolphe de Custine: (1812) Rifugio per malati e briganti
Parla di come questi luoghi servono da rifugio per gli ammalati, per i briganti e per i poveri, è al tempo stesso ospedale e nascondiglio.
Vincenzo Padula: "Il Bruzio" (1864) Stato dei lavori pubblici nella nostra provincia: la strada della Sila
...se ne dispose la costituzione nel 1856 a spese del Tesoro e di quella miriade di villaggi sotto il nome di: Casali. Ai Casali, i cui abitanti non altrove che in quel magnifico acrocoro, che è la Sila, popolato di vacche, di pecore e di giumente, hanno i lori maggesi e le loro industrie, quella strada tornava indispensabile, e indispensabile tornava pure alla pubblica sicurezza; ma i casali erano, colpa la loro povertà, impotenti a contribuire la metà delle spese in 60000 docati; il governo borbonico anticipò parte della spesa e se ne rivarrava a poco a poco sui ratizzi silani. Si dicevano ratizzi le quote che a quel tempo il commissario assegnava alle popolazioni dei casali, e dalle quali i comuni avevano il reddito. La strada fu cominciata ma non fu finita, due furono le sventure che la colpirono: i Casali si rifiutarono a continuare i loro pagamenti e il governo si rifiutò di eseguire gli obblighi assunti dal governo borbonico di concorrere alla metà della spesa.
Eugenio Arnoni: "La Calabria illustrata" (1875) Leggi contro il disboscamento
Carlo III il 6 febbraio 1759 con un bando, cercò di frenare lo sdradicamento delle foreste, ma non valse ad impedire il lento ed ostinato progresso che venivan facendo in questa provincia gli scellerati agricoltori. Tutte le seguenti leggi, e bandi ebbero lo stesso esito cioè non servirono a nulla.
Nicola Leoni: "Studi istorici su Magna Grecia e su la Brezia" (1884)
Questi parla della "sacra" selva ovvero dei monti della Brezia, della loro condizione climatica, della caccia ai quadrupedi e ai pennuti, e naturalmente della rigogliosa fauna.
Leopoldo Pagano: "Natura Economia Storia in Calabria" (1892)
I nostri legami furono molto apprezzati presso le regioni estere, soprattutto per la costruzione d’edifici e di navi. Nei tempi passati fu capo di guadagno il commercio che facemmo con altre nazioni. Nei tempi antichissimi la Sila doveva essere impraticabile ed orrida, quanto era vasta, deliziosa nell’estate, non solo per la purità e la freschezza dell’aria, ma anche per le limpide e fresche fontane rigagnoli e per le ombre degli alberi, e diventa stanza grata e salutevole sia agli uomini sia agli animali. Le famiglie benestanti hanno eretti dei casini, dove la villeggiatura estiva è così deliziosa e sublime.
Francesco Lenormant: "La Magna Grecia" (1881)
Lungo la vallata del Neto, gli aspetti alpestri della natura si moltiplicano. Ora sono delle gole desolate e selvagge, racchiuse fra le nudi rocce; ora dei pendii rivestiti di verdi praterie sparse di gruppi di alberi; ora dei folti boschi dagli alberi giganteschi.
LA SILA NEI VIAGGIATORI DEL ‘900
Nicola Misasi: "Il gran bosco d’Italia (1900)
Questo autore apprezzava le bellezza e la ricchezza di questi luoghi. Soffermandosi soprattutto sulla flora e sulla fauna. Descrivendo dettagliatamente il paesaggio Calabrese.
Norman Douglas: "Vecchia Calabria" (1911) Attraverso la foresta vergine
Anche egli si sofferma parecchio sul paesaggio e in particolare modo sull’acqua che egli considera una gloria della Sila. Parla della foresta di Gariglione, che considera una vera e propria "foresta vergine". Ma prova disdegno quando vede 270 uomini che abbattono gli alberi con straordinaria rapidità.
Antonio Anile: (1923) Un Parco nazionale
Questi parla della necessità di un Parco nazionale in Calabria, che abbia come centro la Sila, per conservare le tracce del primo manto boschivo che ebbe l’Italia.
Ulderico Tegani: "Le vie d’Italia" (1926) Uno dei paesaggi più affascinanti del mondo
Anch’egli descrive il paesaggio e i pascoli Silano apprezzandoli molto, considerando la Sila un dono sovrano che la natura ha concesso alla Calabria.